domenica 30 dicembre 2007

Il cecchino

E' nascosto
Totalmente invisibile
Tra i rami di un albero
Il cecchino,
Neanche mai si ode
Il suo richiamo di morte,
Giacché il proiettile
Si conficca
Prima che sia percettibile
Lo scoppio dell'arma.


Non è individuabile
Il cecchino
Tra cumuli di foglie
Nascosto,
Soltanto il suo mirino
Ogni tanto
Inquadra piccole rosse
Fontanelle di vita;
Incide una tacca
Sul calcio del suo fucile.


Ma cosa fa il cecchino
Totalmente immobile
Per ore e ore,
Fradicio sotto la pioggia,
Bruciato dal sole,
Coperto dalla neve?
Totalmente immobile
Il cecchino prega
Raggiunge forse ineccepibili
Sentimenti di esaltazione mistica.


Perchè il Santo
Sa che domani vivrà,
E può avere Fede,
Ma il cecchino
Sa che tra un istante
Potrebbe essere morto,
E deve avere Fede,
Così egli prega senza sosta,
Che non sia lui nell'altrui mirino,
Che sia un altro nel mirino suo.


Così il cecchino
Prega senza sosta,
E spesso le sue preghiere
Si avverano.
Così lui fa la terra vampira
Della rossa vita.
Dimodoché domani
Possa ritrovarsi di nuovo su quell'albero.
Non sa che il suo e l'altrui dolore
Si ripresenteranno al momento della morte


Per chiedere il conto.

Lasciami penetrar nel tuo frutteto

Lasciami penetrar nel tuo frutteto,
Innaffiato da languidi ruscelli,
Decorato da prati dolci e belli,
No! Non oppormi più nessun divieto.


Alle tue fonti sempre io disseto
Quell'ansia di cui vuoi che ti favelli,
Tra frasi, rime, e decorati orpelli,
Che a sopportar è aspra come aceto.


I monti come coppe rovesciate,
Si staglian sulla tua rosea pianura,
Mentre due lune vagheggianti e ambrate


Esprimono l'assenza di ogni cura;
E le emozioni vengono appagate
Vibrando piene nell'estasi pura.

Auguri - 2007

Tanti auguri, buone feste,
Col pandoro, o con le ceste,
Con il dolce, o col torrone,
E con l'altre cose buone,
Che si mangiano in famiglia
( E' un allegro parapiglia ).
Tutti quanti festeggiamo,
Ed insieme noi restiamo,
Per aprir qualunque dono,
Che delizia! Che bel suono
Fa la carta colorata,
Essa è tutta illustrata
Del buon vecchio con le renne,
Della slitta con le strenne,
Che volando in cielo in alto,
Non dimentica alcun spalto,
Ma da ogni focolare,
Scende pronto a rallegrare
Con un colorato fiocco
Ogni viso che l'attende,
Che ben sa delle leggende:
Della sua stazione al Polo,
Dalla quale prende il volo,
Degli gnomi piccoletti,
Che fan dolci e fan confetti;
Poi lui vola lassù in cielo,
Sopra il mandorlo ed il melo,
E agli uomini e ai canguri
Urla: - Auguri! Auguri! Auguri!

Yule - 21/12/2007

Questa sera nella mia stanza
C'è una candela accesa,
E il suo placido tepore
Avvolge tutto quanto il mio mondo,


Consuma il tempo la fiammella,
E il tempo consuma lo stoppino,
E lo stoppino consuma la cera,
Così è tutto un consumarsi.


Ho acceso una candela nella mia stanza,
Per rendere onore agli Dèi,
Vorrei celebrare con più fasto la loro magneficenza,
Ma sono stanco, e per questa sera si accontenteranno.


In fin dei conti
E' un dono semplice la mia candela,
E' un pensiero delicato,
Credo che sarà comunque gradito.


Ho acceso anche qualche grano d'incenso;
Possa l'aroma arrivare alle soglie santissime,
E la fragranza
Essere grata a ogni Divinità.

Quando ti vedo

E' come lo schiudersi dell'uscio
Sopra un silenzio di garofani
Nel tepore estivo.

Come sull'onda di un respiro

Viaggiano come sull'onda di un respiro,
Quei vani pensieri di cui vorrei tanto liberarmi,
Privi di essenza, inascoltati vuoti,
Che sento come importanti perchè io gli do importanza,
Ma che sono in realtà effimeri e selvaggi,
Come un'onda ventosa che scuote le pendici delle montagne.
Ma non i pensieri che dedico a te,
Come un bassorilievo scolpito nel Tempio più antico,
Come un'effigie che sorge da incalcolabili aurore,
Come un tessuto arabescato di delizie in una notte orientale,
Come un attimo sospeso sull'eternità dell'universo,
Tutto questo sei tu per me e non è che l'inizio.


Vengono consumati dal fuoco eterno del divenire
Quei vani pensieri di cui vorrei tanto liberarmi,
Privi di importanza, di utilità o valore,
Che sento come necessari perchè io li credo tali,
Ma che sono in realtà impetuosi e selvaggi,
Come l'esplosione di un vulcano nelle insondabili dimore dell'anima.
Ma non i pensieri che dedico a te,
Come un bagliore che rimane all'orizzonte,
Come un terso accordo cristallino che prelude a meraviglie musicali,
Come una passione che parla nel linguaggio dei sentimenti,
Come l'armonia dell'anima, della Terra e delle stelle tutte,
Tutto questo sei tu per me e non è che l'inizio.


Scorrono via come ruscelli privi di fonte o foce
Quei vani pensieri di cui vorrei tanto liberarmi,
Privi di sostanza, alterabili e vuoti,
Che sento come permanenti perchè io do loro successione,
Ma che sono in realtà vacui e passeggeri,
Come un pericoloso gorgogliare d'acque che si ferma prima dell'alluvione.
Ma non i pensieri che dedico a te,
Come un fiocco di neve che cade sopra ogni dì futuro,
Come un raggio di sole che dà origine all'arcobaleno,
Come sete ristorata e stanchezza che si dissolve nel tepore,
Come la luce che ritorna dopo che a lungo è stata oscurata dalle nubi,
Tutto questo sei tu per me e non è che l'inizio.


Restano a vorticare come fango durante una tempesta estiva
Quei vani pensieri di cui vorrei tanto liberarmi,
Privi di spessore, inconsistenti e a volte tristi,
Che sento come limpidi perché io do loro limpidità,
Ma che in realtà sono gorgoglianti e torbidi
Come un mulinello d'acque teso sopra il percorso della nave dell'anima.
Ma non i pensieri che dedico a te,
Come acqua pulita che scorre dalla Fonte della Giovinezza,
Come uno specchio in cui riflettere le mie parti migliori,
Come una lanterna che torna a guidar la mia via quando mi perdo,
Come una brezza delicata che giunge a rinfrescare i miei sogni,
Tutto questo sei tu per me e non è che l'inizio.


Iò Evoé,
Uniamoci nell'amore,
Iò Evoé,
Torniamo a quello splendore,
Iò Evoé,
Che un tempo venne perduto,
Iò Evoé,
E che Dioniso ha ricevuto,
Iò Evoé,
Perchè potessimo almeno un istante tornare a percepire quella Luce che s'ebbe nel Paradiso del Cuore.

La 1/2 ora che passai in Paradiso

Scrivo questi versi per narrarti
Di quella mezz'ora che passai in Paradiso,
E fu una grazia che certo non meritai:
Là non si ha questo vestito intessuto di gracili spoglie,
Sempre uguale, inelegante e rozzo, che si sporca facilmente,
E che giorno per giorno va sostituito,
Parendo destinato al dolore e al bisogno.
Lassù i Pegasi pascolano nel celeste prato,
E si specchiano le loro immagini saltellanti
In fiumi di latte e miele che non ristorano la sete,
Ma solleticano per chi lo desidera il piacere col loro sapore,
E così li vedi bianchi in alto, e dorati in basso.
All'orizzonte troverai castelli costruiti in oro ed avorio,
Costellati di smeraldi,
Ognuno di essi è diverso, e nessuno è più bello dell'altro,
E ti dirò di più: il più bel palazzo di questo mondo è solo una caverna rispetto a
[ qualunque di essi.
Al di sopra dei minareti scintillano i bagliori di un sole che non brucia la pelle,
Ma accompagnato da una delicata frescura dei venti sembra quasi
Lasciarti assaporare un'atmosfera di delizia.
Non rischierai di perderti lì dentro, giacché sempre un Angelo converserà con [te alla bisogna,
E ne usciresti a malincuore, se non sapessi d'altre, infinite meraviglie che ti
[ aspettano, così qui non troverai neanche il rimpianto.
Le urì gentili vagano tra le verdi erbe cercando sempre a chi donare nuovo amore.
Le loro carezze sono di un tale incanto che un dolce brivido percorre il tessuto
[ stesso dell'anima,
Lasciando alle sue spalle come un'armonia di vibrazioni,
Un contrappunto per il successivo bacio,
Che sembra quasi suggere dall'anima ogni antico desiderio inespresso ed appagarlo.
Tant'è che non si riesce a sentirsi stanchi di tale amore.


Si cammina su erbe e cespugli tanto soffici e multicolori,
Che pare di muoversi su un tappeto intarsiato ricucito sull'eternità,
E gli alberi mostrando pomi nudi e splendenti di un bagliore dorato
Invitano a cogliere il fragrante nutrimento tra i riccioli verdi,
E molto spesso ci si riunisce attorno a falò improvvisati che non causano incendi,
A parlar d'ogni cosa, perché qui chiunque possiede la somma scienza,
Non si ha dualità, non diverbio di opinioni entrambe vere entrambe false,
Ma solo la reale conoscenza basata sull'Amore,
Si canta, si balla, si gioisce e si ama attorno ai fuochi,
E senza sosta è l'estasi, perché mai si dorme,
E il più bel ritratto o paesaggio che tu abbia mai visto qui dove siamo ora,
Rispetto a quanto vidi non è che un pallido miraggio.
La notte non scende mai, ma se vuoi puoi vedere le stelle in cielo muoversi:
Sono gli Angeli che senza sosta portano avanti i loro compiti felici,
E la luna, anch'essa presente, lancia sguardi di tenerezza verso il suo sole, e [sempre abbondantemente dispensa il suo argento.


D'altre cose e d'altre meraviglie ancora potrei parlarti,
Che conobbi in quella mezz'ora che passai in Paradiso,
Sapendo che quanto ti dissi è solo ciò che è vagamente definibile in parole,
Altre cose vi sono, infinite e più belle,
Ed una somma letizia pervade ognuna di esse,
Ma dovrei coniare milioni di termini nuovi, e spiegarli, e resterebbe tutto [comunque incomprensibile.
Così ti dirò soltanto che poi tornai in Terra, per parlarti
Di questa infinita essenza delle cose.

Anima Mundi

Maestrìa nel filosofico realismo
Mostrò perfetta il divino Platone,
Che diede questa splendida visione,
A cui si richiamo il neoplatonismo,


L'Anima Mundi diede l'intenzione
Ai religiosi dello Gnosticismo,
Di ricercare senza interruzione
Questa Sophia che, nel suo laconismo,


In usitati simboli si cela.
La conoscenza espressa si trasforma,
La semantica il nucleo tutto vela,


Anche se d'esso riman qualche orma,
Così per Tolomeo e la nota mela,
Er or la relatività è la norma.

" Povera e nuda vai, filosofia "

C'è chi la vuol cotta e chi la vuol cruda,
La verità cercata al lanternino,
Su libri antichi, la sera e il mattino
Passati mentre il cervello suda


E il volto quello par d'un barracuda:
C'è chi parla di libertà o destino,
Scrutando tra Aristotele e Ficino,
Non si trova che l'incertezza nuda;


Decise l'occidente alla fortuna
Volgersi per aver vita gradita,
Troppe sentenze fur sotto la luna,


Da tempo nelle piazze è finita
L'accozzaglia di dispute importuna,
E n'è rimasta piena e triste vita.

lunedì 10 dicembre 2007

Rapsodia mistica

Si spengono le stelle come candele nella notte,
E delle cose che raccolsi nella mia giovinezza
Non scopro più la funzione,
Mentre antiche voragini s'aprono
Nel tessuto del cielo,
Io ripenso al ponte passato anni or sono,
E che ora è crollato nelle acque dei fiumi del tempo.

Entro nel bagno pubblico per avere un minimo di intimità,
20 centesimi mi costa in lavoro esteriore
Per espletare un importante lavoro interiore, solo tra la folla,
Chiuso al sicuro avvolgo il laccio emostatico,
E mi lascio andare a un'endovena di afflizione pura,
Perché trovo meglio accettare le cose così come sono,
Che affidarsi agli psicofarmaci che creano scariche
E tuoni di pura gioia ed inconsapevolezza, ma al di sotto
Il nero fiume del dolore continua a scorrere invariato,
E lo senti.
Nello specchio si riflettono le mie lacrime e il loro scorrere
- Piangere, piangere, questi piccoli laghi, gli occhi,
Dai quali effluiscono effimeri torrenti di dolore! -
Così mi accorgo che da sempre vivo in un mondo irreale,
Perché in quello vero non ci fu mai spazio per me,
E più volte provai la sua feroce forza contro;
Ma avrei voluto regalare al mondo musiche piene di felicità e amore,
Mentre mi scopro a scrivere versi carichi di disperazione.


Esco, raggiungo la panchina sotto il mio albero d'elezione,
Raccolgo dalla mia frusta valigetta il diario che ho portato con me,
Lo sfoglio, attimi volatilizzati in pagine scritte, poesie non pubblicate,
Ed altre cose che sento intime mie, anch'esse che non sono più,
Così mi accorgo che il passato è immaginazione con conseguenze,
E il futuro immaginazione con precedenze, e mi sento schiacciato
Da questa forza forte d'ogni forza nell'inindividuabile presente,
E da tutte le cose che mi circondano, oggettipianteanimaliersonepianetistelle
Galassie,
Vincolati l'uno all'altro dall'imperscrutabile attrazione gravitazionale,
- Manifestazione di quella Potenza che lega insieme tutte le cose -
E sento l'influenza dei pianeti e della loro potenza e del loro insondabile mistero,
Schiacciarmi come polvere che salta via dagli ingranaggi del cosmo,
Ed argino la sofferenza lasciando tornare la distrazione del monologo interiore:


{ Ricordo se non sbaglio era nel Simposio mi pare che Platone trattava dell'Amore che partiva
[ E' bella questa piazza dove il monumento al Traforo del Frejus ( Certo che quel signore che ho incontrato l'altro giorno, gli sarebbe bastato poco per mostrare un po' più di educazione ) che si staglia a guardare dall'alto gli alberi, le fontane e la gente ] da un criterio fisico per arrivare poi gradualmente a toccare questioni più astratte ed elevate }


Ed invocando i miei Angeli di Desolazione mi alzo e sento dolore alle ginocchia,
Mi muovo tra la gente come un forestiero in una terra sperduta,
Risalgo la solita via, i soliti negozi, le solite insegne,
Accorgendomi che ogni volta come la prima volta amo quei colori e quelle luci,
Che non mi stancano mai e mi danno un tepore ed un sollievo nuovi,
Mi fermo alle bancarelle dei libri e consulto senza fretta il retro di copertina,
Attratto da un'edizione rilegata della Bhagavat-Gita acquisto però una copia dello Zanoni,
Ma non dimentico di inviare una breve orazione a Vishnu Signore di tutte le cose,
E provo gioia pensando a quante cose belle dà il lavoro del mondo,
Immagino le mani sconosciute che senza sosta costruirono palazzi e vestiti,
Che si riversano verso ogni centro economico dell'Universo,
E intanto passo dopo passo il mio corpo va avanti senza che io me ne accorga,
Riversandosi su di me altre luci, altri colori, altre vetrine,
E per le lacrime di gioia non ho pudore, quelle le posso versare anche in pubblico,
Liberamente, e piango e rido senza controllo sotto sguardi costernati,
Ma non c'è più costernazione quando, come un'onda dirompente,
La gioia e l'amore infrangono le dighe dell'autocontrollo e si precipitano
A riversarsi nel concavo lago dell'anima.


Raggiungo la piazza e vorrei ballare ai ritmi dei Jazz che non ho ascoltato,
Mentre in me sempre più si risveglia la mia anima di sedicenne che ricalcava
Le gesta dei poeti beatnik e " anarchico, individualista, Dio " era il mio credo,
Così come fu siglato da Kerouac in una memorabile intervista.
Raggiungo il centro della piazza proprio davanti al memorabile Castello,
Che ospitò eventi così diversi da quelli di una gioventù americana vagabonda,
Sentendo un'irresistibile spinta a roteare senza sosta come un derviscio fino all'estasi,
Per respingere da me il peso gravitazionalefataleastrologico che mi schiacciava,
Le preocccupazioni del futuro, le incertezze sul passato, nessun presente,
Se non l'assoluta percezione della presenza divina e del suo amore,
Unica vera gioia stabileimmutabileeternarealtàaldifuorideldivenire,
Libertà assoluta nel mondo condizionato, unica che riesca realmente ad amare,
Perché percepibile come piena e immutabile nel suo splendore di Purissima Luce,
Ma la sua essenza non è che quella di una corda alla quale si aggrappa il naufrago,
Sapendo che salendola troverà ogni salvezza ed ogni gioia.
Così mi accorgo che piango di dolore e di felicità nell'alternanza di sentimenti,
Tutti privi di essenza perchè l'unico conforto è in Te.
E roteando, roteando cado tracciando il Cerchio Magico che a Te mi unisce
In un'unione indissolubile, e poco m'importa che alcuni si sian fermati
Credendomi un saltimbanco, un folle, un'incapace,
Perché so che da sempre udii il Tuo richiamo, praticando la Via del Biasimo,
Come fosse un richiamo genetico proveniente dall'Altrove, un'irresistibile irruenza,
A spezzare ogni costrizione pur di ritrovarti nel prossimo, nell'albero, nella formica,
Sapendo che il Tuo è il farmaco che lenisce ogni male, che purifica ogni sofferenza,
Che dissolve ogni impurità, e guarisce ogni malattia,
E se l'uomo soffre o teme è solo perché si allontana dalla Tua guarigione,
O Spirito Divino.
Perchè saldissima è l'armatura di chi si affida alla Città Celeste.

E' giunto il momento di un breve riposo,
Sento già quanto è intricato il prossimo nodo che dovrò sciogliere,
Mentre si approfondisce la conoscenza di me stesso ( o è solo autoillusione? )
Perché dovrò scegliere una volta per tutte
Tra libertà e liberazione.
Ma non ho fretta, possa io metterci anche molti anni,
Intando attendo pazientemente il fischio del caffé, che non prova indecisioni
Nel suo rapido cuocere.


CODA

E fu così che ascoltai il poeta visionario,
Perseguendo senza sosta sulla strada dell'eccesso,
Il mio percorso personale e solitario comportò grave sofferenza,
Perché è una strada dissestata, e irta di scogli appuntiti,
Che non consiglio a nessuno, meglio arrivare colla pazienza del pellegrino,
Ma raggiunsi il palazzo della saggezza, e mi stupii di quanto fosse bello,
Imperscrutabile nella sua magnificenza, signoreggiante sull'universo,
Così ricco di stanze da non poterlo mai vedere tutto in una sola incarnazione
( E capii che l'incomprensibilità deriva dal fatto che se difficile è giungervi,
Forse impossibile è dire: - Ecco, io l'ho visitato tutto, ebbi molte guide,
E grazie al loro ausilio potei conoscere ed uscire da quel labirinto. )
Non fui avvertito che ad attendermi alla finestra
Avrei incontrato la sogghignante e digrignante vecchia il cui nome è Follia;
Ma era la Follia della Conoscenza.

domenica 9 dicembre 2007

Autoanalisi in frammenti

L'altra notte preso dall'insonnia,
Scrivo parole concatenate secondo
Un mio adattamento della psicologia
Analitica,
Si aggiunge così un altro tassello
A quello spiacevole ritratto che ho di me stesso
- Avevo cominciato con Freud, continuo così -
Pur mi è talmente spiacevole guardarmi allo specchio,
Che ancora, sapendo, continuo ad accusare il mondo.


Non esiste forse altro che un insieme
Di schegge taglienti - un Io contro l'altro -
Che rovistano senza pietà il tessuto dell'anima.
E quel profondo disgusto che ho per me stesso,
Per la mia pigrizia, avidità, ignoranza,
Pure lo vedo come un amaro calice
Da assaggiare, e che mi porge il mondo.
Così mi perdo in un labirinto intangibile,
Cerco la mia essenza, e trovo solo inconsistenti mura,
Non c'è centro, non c'è uscita, e tutto è vuoto.


E giorno per giorno perdo la consapevolezza,
Trasformando in veleno il farmaco che mi viene dato,
Io Athanòr che funziona a rovescio, privo di poesia,
Non trovo altro mezzo che le macchine per esprimermi,
Rispecchiando nella musica il rumore che mi urla dentro.
Ripenso al passato, ripenso ai ricordi e ricordo
Che da sempre ho brancolato come un cieco
Che cerca un appiglio ma non conosce la destinazione.
Così mi fermo, guardo attorno e ascolto il mio respiro.

Luigi

Un dì di dicembre, fa come suole
Luigi un pupazzo di raggi di sole,
Non trova altro, non trova la neve,
Che un tempo calava sui monti e la pieve,


Stende il pupazzo, lo fa piano piano,
Fili di luce lui tesse con mano,
Nel suo cortile d'immaginazione,
Un po' alla volta fa vera la visione,


Per fare il naso non ha una carota,
Non può lasciarne una parte vuota,
Decide di usare la lampadina
Che accende quando si sveglia la mattina,


Ma non rimane il lumino a mezz'aria,
La gravità gli è proprio contraria,
Cade e si rompe il vetrino di luce,
Ma Luigi va avanti e ancor cuce e cuce


Un altro naso con l'aria e col vento,
Non è 'sì allegro e forse un po' spento,
Ma in fin dei conti gli par naturale,
E' assai ben fatto e non gli sta male,


Il pupazzo è finito ma manca il cappello,
Da mettergli in testa per farlo più bello,
Gli dona Luigi un gentile pensiero,
Che gli sta in testa, come se fosse vero,


Forse vorrebbe il pupazzo un manto,
Che sia un vero vanto d'eleganto incanto,
Per rimediare Luigi con la fantasia,
Lo copre con un arazzo che intessuto sia


Di tante visioni fantastiche e belle,
Che l'uomo intuì dagli astri e dalle stelle,
Unicorni, Giganti, Dèi, e Fate,
Le cui storie da millenni son narrate.


Un dì di dicembre fa come suole
Luigi un pupazzo di raggi di sole,
Non trova altro, non trova la neve,
Che un tempo copriva i monti e la pieve.

Guarda nel cielo, guarda una stella

Guarda nel cielo, guarda una stella,
Gioca con l'altre, giocano a palla,
La luna rotola ma non le schiaccia,
Perché gli vuol bene, e tutte le abbraccia.


Hanno capelli radiosi e lucenti,
I loro volti son belli e opalescenti,
Le loro vesti son 'sì luminose
Da far risplendere tutte le cose.


Così guarda nell'alto, guarda sui tetti,
Le belle speranze che ancora aspetti,
Sono in quel buio, sono in quel vuoto,
Ognuna di esse è priva di moto,


Ma nel frattempo le luci brillanti,
Rilucono sui solitari amanti,
Rilucono su chi si sente solo,
Brillando su ogni gioia ed ogni duolo,


E si specchia nelle luci cittadine
La luce di stelle lontane e vicine,
Si specchia nelle scintillanti contrade
Delle più note e remote contrade.


Guarda nel cielo, guarda una stella,
Gioca con l'altre, giocano a palla,
La luna ruota senza che le dispiaccia,
Perché vuol loro bene, e tutte le abbraccia.

comi+cax2+ndo

Quando alcuno si ritrova
Dove tutti spesso andiamo,
La gallina che fa l'uova
Par, ma senza alcun richiamo.
E che dir della signora
Di cui abbiam parlato allora?
Tra i mirtilli ed i lamponi
Ebbe molte indigestioni,
Ebbe molti mal di panza,
Da star chiusa in una stanza,
Non parliam dei suoi rumori,
Degli ansiti e i sudori,
Di cui fe' dimostrazione,
Aspirando a distrazione!
Pur mangiam: sempre mangiare,
Per tornare ad evacuare,
Forse il senso della vita
E' nascosto in questi atti:
L'intestino è calamita
Per gli assai noti misfatti,
Che la digestione vuole
Da spaghetti e da fragòle.
E poi come ognuno a volte
Mentre leggo il quotidiano,
Tra le mura disinvolte
A posare il deretano,
Mi ritrovo ed a pensare
A quel peso delicato
Che 'sì tanto ben fa stare
Una volta scaricato.

Dimenticanze

Fu in primavera,
Dimenticai me stesso:
Andai a cercarmi.

Quando scende la neve

Quando scende la neve
Penso per un attimo
Che esiste ancora un candore,
Penso alle emozioni provate
Nel leggere dell'avido vecchio
Vicino all'albero,
Mentre le palline colorate
Riflettono
I delicati fiocchi.


Quando scende la neve,
Penso alla gioia semplice
Dei giochi di ragazzo
- Non temevo il futuro allora,
Quant'ero incosciente! -
Penso ai canti sereni
Del Natale imminente
( Forse il dono più bello:
Cantare di sincera gioia. )


Ma poi
S'infanga la neve
Per la strada
Sotto i passi
Dell'avido vecchio
Sempre più solo,
E le palline colorate
Giacciono nell'armadio
Ormai dimenticate.


Passata è la neve,
E non rimane che nebbia,
Che si stende massiccia
Fino all'orizzonte ( albeggia? )
E non si vede il lucore
Che prelude
Ad un canto di gioia:
Forse è più difficile donare.

Mi piace chiacchierare di

Mi piace chiacchierare di Magia,
Mi piace chiacchierare di filosofia,
Mi piace chiacchierare di fisica quantistica
E relatività ( per quel poco che ne capisco...)
Mi piace chiacchierare di letteratura
E poesia,
Mi piace chiacchierare di musica,
Mi piace chiacchierare di creature fantastiche
E mitologiche ( le Fate esistono ),
Mi piace chiacchierare di storia,
Mi piace chiacchierare di arte pittorica
E scultorea,
Mi piace chiacchierare di architettura
( Ma se mi capita, in genere ascolto ).


Qualcosa avrò sicuramente dimenticato,
Comunque, in genere, mi sento solo.


CODA


Ieri sera ero contento perché stavo tornando a casa con il pandoro di un'importante associazione che ha come scopo difendere degli animali innocenti e maltrattati; mentre tornavo a casa, però, guardando per terra ho visto un piccione che era stato, forse, schiacciato da un'automobile, proprio sopra un parcheggio; così, sulla scatola del pandoro volava una deliziata rondine di cartone, che portava in bocca un rametto di vischio, mentre, a terra, il povero colombo era immobile, le ali accartocciate, sull'inumidito asfalto, e le gocce di pioggia scivolavano sul suo corpo martoriato.

Poesia in 7 minuti

Ho sette minuti da perdere
Poi devo andare al supermercato,
Non sapendo che fare,
Alla tastiera sono arrivato,


Così scrivero una poesia,
Senza argomento, come per via,
Senza motivo, o grande importanza,
Solo a riempir più d'una stanza,


E anche se fosse perdere tempo,
Sia per chi scrive, che per chi legge,
Sarà senza dubbio un passatempo,
Per chi recitar qualcosa chiegge,


E ascolto musica, intanto scrivo,
Queste parole che non han motivo,
Solo per qualche minuto passare,
In ozio diverso dal monte o dal mare,


Solo più quattro minuti ho adesso,
Il tempo che manca è meno spesso,
Ed un altro or ora è già passato,
Chissà che vuol dir quanto ho creato,


S'avvicina la fine della poesia,
Poi m'allestirò ad uscir da casa mia,
Comprerò due yogurt e un budino,
Poi tornerò ad aspettare il mattino,


Manca un minuto, è quasi finita
Questa poesia ch'è un pezzo di vita,
Or vi saluto tutti con affetto,
Ché d'un secondo ormai sono in difetto.

martedì 20 novembre 2007

Cos'è che vorrei e che non ho

Preso da qualche tristezza,
Mentre il mio cuore si spezza,
Mi guardo attorno e non so
Cos'è che vorrei e che non ho.


Non mi manca un po' di libertà,
Per fare qualcosa che mi va,
Come acquistare un libro o un DVD,
Sedermi ed ascoltare un buon CD,


E se a volte un po' di tempo avanza,
Mi dedico al canto od alla danza,
O recito piano una preghiera,
Che sento nel cuore sincera.


Preso da qualche tristezza,
Mentre il mio cuore si spezza,
Mi guardo attorno e non so
Cos'è che vorrei e che non ho.


Sento che ho attorno molto affetto,
A cui non so reagir che con difetto,
Certo ne soffro dopo ma ormai è tardi,
O cuor che prima taci e dopo ardi!


Non mi dispiace forse il mio lavoro,
Nel quale per gran tempo al dì dimoro,
Ma allora di che è fatta quella gabbia,
Che porta sbarre di dolore e rabbia?


Preso da qualche tristezza,
Mentre il mio cuore si spezza,
Mi guardo attorno e non so
Cos'è che vorrei e che non ho.


Tutto mi sembra bello e positivo,
Il tempo scorre vigile ed attivo,
Non sembra mancar nulla nella vita,
Eppure in cuore ho sempre una ferita.


Sarà dentro di me quel gran problema,
Che mi causa tanto dolore e pena,
Perché vorrei dar gioia e tanto affetto,
Ma è ben altro ch'esce dal mio petto.


Preso da qualche tristezza,
Mentre il mio cuore si spezza,
Mi guardo attorno e non so
Cos'è che vorrei e che non ho.

Quando piangevi

Quando piangevi,
Guardavi la pioggia
Scorrere sui vetri
Della finestra,
Ed intuivi
Lontano il mare
Delle lacrime
Da versare.


Quanto sorridevi,
Sfogliando le pagine
Di quell'album
Di figurine
Completato a fatica!
Quanto gioia
Per una cosa
Che non trovi più.


Quando cantavi,
La musica
Delle parole
Si perdeva
In lontananza,
Rendendo lieti
Uomini
E angeli.


E adesso
Ti guardi allo specchio
Ripensi
Ai tempi trascorsi,
Ai giorni lontani,
Mentre si riflette
L'immagine
Dell'impermanenza.

I mille volti dell'Universo

Scruto i mille volti dell'Universo,
Che esprimono qualcosa di sfuggente,
La pioggia, il sole, tutto è diverso,
Se so che oggi non ti son presente,


Ché il mio pensiero in te s'è già disperso,
E ne è rimasto poco più di niente,
Anch'io nel mondo ormai mi sono immerso:
Cercai qualche ristoro tra la gente.


Ma abbiam raggiunto gli Eoni Superiori,
Oltre galassie fatte di pensieri,
Unendo i nostri corpi e i nostri cuori,


Oltre gli astri fulgenti e i buchi neri,
Nei quali entrati non si può uscir fuori,
Se non sei Luce che giammai disperi.

Petali di loto

Una volta conoscevo un uomo straordinariamente ricco: infatti possedeva una quantità indescrivibile di petali di loto, che riusciva a rendere utili per ogni necessità: le mura della sua casa erano infatti costruite con petali di loto, e anche se a volte entrava un po' di vento, si può dire che dentro la sua dimora non piovese poi più di tanto, anche i mobili erano costruiti in petali di loto, se, volendo fare un esempio, foste andati a trovarlo, vi avrebbe fatto sedere su una comoda poltrona in petali di loto, e a capodanno vi avrebbe offerto semi di loto canditi.
Inutile descrivere il suo immenso campo di fiori di loto, nonché farvi sapere che anche quando leggeva, leggeva petali di loto, giacché era in grado di decodificare la posizione sociale di un petalo di loto in base al suo aspetto: se il petalo si fosse presentato spiegazzato e scomposto, egli avrebbe detto che doveva essere fuggito di casa, e da quel giorno, essersela passata piuttosto brutta, mentre se aveva soltanto qualche piegolina, probabilmente si trattava di un petalo agiato, che tuttavia aveva avuto qualche momento di difficoltà, un petalo di ottimo aspetto, invece era con ogni probabilità uno che poteva permettersi una certa eleganza.
Riusciva anche a dialogare con i petali di loto: formulava una domanda, una sua opinione, o un suo desiderio, e quindi disponeva a terra i petali in modo che formassero una risposta od un commento: sarebbe improprio riferire qui quante cose lui e i suoi petali si siano detti, quel che è certo, è che erano, sia lui che i petali intendo, d'accordo su una cosa, ovvero che il suo futuro sarebbe stato tutto vissuto tra i petali di loto, così come, d'altronde, il suo presente e il suo passato.
Purtroppo, oggi quell'uomo che amava tanto i fiori di loto non c'è più, e siccome non aveva eredi, la sua ricchezza se l'è portata via il vento, ma se vi capiterà, quando siete di passaggio, di imbattervi in un fior di loto, provate a guardarlo, e vi accorgerete che anch'esso, per un solo istante, vi scruterà attentamente, come a cercare di riconoscere un amico che seppe amare con tale intensità da lasciare un ricordo comune a tutti i fiori di loto del mondo.

Nostalgia per il mondo antico

Lascia che il vento gonfi le ali
Del ligneo veliero privo di insegne,
Mentre risalgo il fiume che dà la vita,
Volgendo lo sguardo verso i cieli,
E verso quel Nilo delle altre terre.
Possa io rivivere, ultimo viaggiatore,
Le piramidi che si stagliano acute,
La sfinge regina, sorriso della Monnalisa,
Adesso che non è crepato dai cannoni,
E più oltre si stagliano in una coda senza fine
Le milizie trionfanti di Ramesse II verso Qades,
I carri e le lance risplendono al sole,
Chiudendo i miei occhi feriti.


Dove sei Napoleone ora? Dove sei?
Incalza il tuo sguardo da quel sovrano,
La tua precedente incarnazione? Il tuo regime?
Sole di bronzo, sole di acciaio di cannoni,
Sole spezzato sulle infinite cuspidi di Marte,
Ma adesso è il regno dei sacerdoti
Mentre il coccodrillo si sporge oltre la nave,
Salendo a fatica sulle sponde limacciose,
E i contadini più lontano ancora,
Agitano senza tregua gli strumenti di lavoro.
Il sacro ibis si posa sull'albero della nave,
Ma io mi allontano dalla Terra Nera,
Varcando i confini del delta.


Mediterraneo, Mediterraneo, amato mare
I più gran tesori brillarono nelle tue acque,
Centro un tempo del mondo, ora d'Europa,
Quanti ori, anfore, e archibugi hai visto?
Ma adesso una nave ci incrocia da Creta,
Ci inviano saluti i marinai amichevoli,
Rispondiamo perché il viaggio è senza fine,
Ma unico il porto di tutti.
E ancora prosegue, si allontana la nave,
Giungendo all'Arcadia ricca di meraviglie,
Insondabile abisso di tesori e delizie,
Terra sempre richiesta, mai più raggiunta.


E giovani coronati di fiori oltre la sponda,
Portano sui manti un rosso passionale,
Correndo alla frenetica cadenza dei ditirambi
Del Dio dei virgulti senza tempo dell'ebbrezza,
Si incontrano al centro della piana,
Ma più oltre, più oltre va la nave,
Oltre i tumulti di Scilla e Cariddi impetuose,
Raggiunge Roma circondata dai nemici,
E Numa che ne fondò il sacro culto
( Ne fu complice la ninfa Egeria ),
Ricordando le prescrizioni dei giuristi antichi,
E secondo la Magna Grecia Pitagora,
Solone, Talete, Orfeo, ispirati da Khemi.


Così anche sulle sponde della patria antica,
Il mio pensiero torna a te, o Egitto,
Ché ogni cosa umana fu da te fondata,
Politica, chimica, religione, geometria,
E in ogni campo lasciasti il tuo segno,
Senza fine l'ispirazione si rivolge a te,
Ed ai tuoi simboli senza tempo e senza origine,
Persi nella stessa costituzione originaria del Cosmo:
La sfinge ( alata ), e le sacre piramidi,
I vasi canopi e la costituzione del corpo,
E dell'anima ( mundi ) secondo il 4+1;
O tu tempo antico di cui siamo gli eredi
- Punto dentro il cerchio e mondo senza fine -
A te mi abbandono, e, piano, sorrido.

La ruota gnostica

Nel segno dell'Ariete
Si inizia quella rete,
Alla quale se ti prende,
Lo spirito si arrende,


Muggisce dopo il Toro,
Il segno del lavoro,
Che porta quel carretto
Sotto il di cui tetto


Si parlano i Gemelli,
Son l'uno e l'altro belli,
Esso esce da un fiume
Dal quale con acume


S'è aggregato un granchio,
Che molti chiaman Cancro,
Esso è un poco ferito,
Perché fugge dal ruggito


Di quell'avido Leone,
Sempre pronto alla sua azione,
Una donna l'ammansisce,
Ché lo premia o lo punisce,


E' la Vergine paziente,
Molto placida e attraente,
La quale attende senza fretta
Tutto quello che l'aspetta,


Sempre libra una Bilancia,
Che ha l'una e l'altra plancia
Ben precise e calibrate,
Ma mai furono forgiate,


E' ben vuota una di esse,
Ché spostate sono messe,
Giacché un ruvido scorpione,
Si sporge tutto a penzolone,


Poi si butta nella frasca,
E va a finire in tasca,
Del Sagittario arciere,
Dalle mire fiere,


Che punta e non colpisce,
Giammai egli lo ferisce,
Il fiero Capricorno,
Che gira sempre attorno


All'Aquario beato,
Che il Nirvana ha rintracciato,
E sul suo volto porta
Un'espressione assorta,


Nelle acque della vasca,
Che non sono mai in burrasca,
Due pesci in pace e amore
Riscaldano ogni cuore.


Il Sol durante l'anno
Si muove senza affanno,
Ne visita le case,
E le fa tutte persuase,


Mercurio non riposa,
Ché egli senza posa
Durante il suo viaggio
Porta ogni messaggio,


Venere di lussuria
Non è certo in penuria,
Ne cede un poco a quanti
Per lei si fanno avanti,


Il caotico Marte
Non ha arte né parte,
Un po' del suo furore
Rovescia in ogni cuore,


E poi Giove sovrano
Con lo scettro e con la mano,
Decide ogni decorso
Che avrà di vita il corso,


Mentre il tremendo Saturno,
Placido e taciturno,
Tutti i suoi anelli contando,
Gli anni di vita va sillabando.


Son l'anime prigioniere
Di queste eterne sfere,
Ognuna a tempo torna su
Ma per ripiombare giù.


Dacché i quattro elementi,
Che ovunque son presenti,
Dan vita alla barriera,
Che è, sarà, fu ed era.


Per questo gli alchimisti,
Che gli Arconti han visti,
Parlaron dei metalli,
Che dei Quattro son vassalli,


Affinché purificando,
Senza sosta lavorando,
Si potesse ritornare
A quell'Uno originale,


Quello che di luce e amore,
Solo è fatto e di splendore,
Quello che splendente e saggio
E' il vero Sole in ogni raggio,


Che mandò i suoi inviati,
Sulla Terra li ha guidati,
Contro Arconti tenebrosi,
Materiali e rovinosi,


Perché l'uomo della Luce
Che interiore a lui conduce,
Venisse presto a conoscenza,
E la sua triste semenza.


Facciam l'oro, facciamo l'oro!
Sia il più gran nostro tesoro
L'alchimia spirituale,
Che gli Arconti sfida e sale


Sulle vette delle stelle,
E abbandona pure quelle,
Per salire sullo spalto
Della Gnosi del più Alto,


E così già in questo mondo,
Illuminati nel profondo,
Nell'Amore noi vivremo,
E di Lui già qui sapremo.

lunedì 12 novembre 2007

Radice quadrata di 2

La perfezione
E'
Approssimazione.

Preghiera alla Dèa

Te saluto che su stormi di nubi,
Risplendi quando il cielo si fa scuro,
Ed ogni cosa coi tuoi argentei raggi
Fai che sfavilli semplice o grandiosa,
Tu che nient'altro riveli ai mortali,
Se non quanto è in tuo voler si veda,
Regina il cui manto è scintillante
Di diademi fulgenti come stelle,
Tu Iside Natura ognor vegliante
Su quel mondo sognante e addormentato,
Che riposa sotto il placido velo,
Ch'altro non è se non il tuo vestito,
Cucito e senza sosta ricucito,
Di terra in ciel, dall'uno all'altro mare.


Torme di foglie secche scricchiolanti,
Spinosi rami ed alberi pesanti,
Il luccichio di fate in lontananza,
Ed il pensiero che di te fa specchio,
In numeri ordinati senza fine:
La simmetria tra spirito ed essenza
Che a te appartiene e di cui nulla è senza,
Perché il tutto respira del tuo fiato,
Che sia in burrasca, o placido e attenuato.
Così guida la mia via senza sosta,
Ch'ogni speranza giace in Te riposta,
O Dèa Tu che dall'Alto il mondo guardi,
E accogli con il tuo candido abbraccio,
Chiunque ansante a Te levi il suo braccio.

Nella colonia infernale

Mentre sotto i roventi
Raggi dell'astrale fornace
Si spostano le dune,
Al sinistro suono
Del flauto dell'oscuro Eolo,
E non sono mai le stesse,
Il Derviscio Solitario
Danza
L'eterno cerchio,
Senza sosta.


Aghi senza fine
Cuciono sull'epidermide
Dell'anima
Emozioni tanto
Più profonde
- Sensazionali ferite -
Quanto più
Sono dolorose.


E le poche gioie
- Anch'esse traumi -
Si imprimono
Per svanire subito,
Mentre i dolori rimangono
Come cicatrici.


Miriadi di volti
Senza nome
Vecchi, giovani, anziani,
Si formano come miraggi,
E appaiono e spaiono, appaiono e spaiono,
Senza sosta alcuna,
Occupando l'orizzonte.


Ed è impossibile
Dedicare un pensiero
A ognuno di essi,
Non basterebbe
Una vita intera
Per tutti loro.


Così
Il tempo
Nella colonia infernale
Consuma se stesso,
Tra i palpiti delle sabbie
Roventi.

mercoledì 7 novembre 2007

Ode dello sciamano metropolitano al suo spirito tutelare

Non abbandonarmi,
Guidami,
Ora che sono spaventato
Immerso nelle latebre
Delle tenebre,
Circondato dagli ululati
Delle strutture fantasma.


Portami via,
Mentre dalle mie ferite
Sfavillano quadranti
Di cellulari,
E cavi eletrici
Prendono il posto delle mie vene.


- Tra i miei neuroni
Si incassano spot pubblicitari. -


Aprimi le porte
Su nuove pianure,
Aperte fino all'orizzonte,
Su montagne libere dai fumi,
Dove si sente il profumo dei campi,
E l'amore tra gli uomini
E' sincero.


Conducimi
Sul tuo sentiero di pace,
Ricordati di me,
Perché non so più distinguere
Tra le nuvole ed i cumulonembi
Di smog,
Adesso,
Anche se sarà solo per finta,
Portami via,
Portami via,
Di qui.


Liberami dall'angoscia
Che sale,
Mentre il cemento mi divora,
Ed il calore dell'acciaio
Sostituisce il calore umano.
Dove stiamo andando?
Fatti sempre più androidi,
Incassati ruotiamo,
Come ingranaggi
Di una macchina
Che non conosciamo.


Aprimi le porte del sogno,
E anche se non riuscirò
A guarire
Ogni malattia,
Anche se non potrò
Stendere la mano
Per prestare aiuto,
Anche se mi sentirò solo,
Saprò che tu non mi hai abbandonato.

Unico tramite

Portando
Questo carico
Di materiale
Organico
Da riciclo,
Vado,
Guidato
Dall'immaginazione,
Unico tramite
Tra l'uomo
E gli Dèi.

La passeggiata

Ricordi le tue passeggiate
Tra more e lamponi,
La mano coglieva
I frutti
A riporli nel cesto,
E il sole
Tra i rami
Mandava come
Bagliori
Dall'Altrove.


Le foglie verdi
Erano fresche,
E il tempo,
Stanco della
Sua eternità,
Ti poggiava
La mano
Sulla spalla.


E tu
Lo sostenevi
Sorridendo radiosa
Della tua giovinezza,
Incapace di credere
Come avrebbe
Ricambiato
Il tuo aiuto.


E intanto
Continuavi a raccogliere
More e lamponi,
Che lucevano dal cesto,
La cui
Trasmutazione alchemica
Avrebbe reso l'indomani
Radioso
Il tuo volto.

Quant'è bella la Terra, e quant'è grande

Quant'è bella la Terra, e quant'è grande,
Non puoi girarla in una passeggiata,
E non arrivi poi molto lontano,
Se sai di quanti posti è fatto il mondo,
In esso ci sono volpi e stambecchi,
Assieme a piante e cedri odorosi,
A funghi ed insetti laboriosi,
Che si rinnovan ripetutamente.
Ma vegliano sui monti i castelli,
Architettoniche reliquie d'ere
Ormai perdute da tempo, e ponti
Che varcano un fiume oppure un istmo
( Luoghi ai quali, perché non saprei dire,
Con grande affetto mi sento attaccato ),
Strade selciate tutti reliquiari
Che rimangono come tracce morte,
Ma belle invero, belle per davvero,
Di vite che oramai non son più vita,
Eppure parlan come la Natura,
Ché ogni cosa pare far racconto
Di quanto al tempo deve render conto.