Avvolto
Da un mobile manto
Di soffice nebbia.
martedì 26 febbraio 2008
lunedì 25 febbraio 2008
Aphrodite
O Aphrodite,
Che nasci dalla profondità
Delle spume marine,
Tu che fosti
Rivelata al mondo
Nel sortire
Dallo scudo
Della vita.
Oscura immaginifica,
Sovrana dell'estasi,
E Maestra del piacere,
Tu che Notturna vegli
Su sogni inquieti,
E riposi placida
Sopra le dolci guerre
Degli amanti.
Venerata Regina
Della Suprema Conoscenza,
Che nei più oscuri abissi
Lasci cadere la Tua luce,
Così che nulla è privo di Te,
Lasciando dischiusi
I portali che velano
I Tuoi misteri.
Tu che fosti
Vera fiaccola di Orpheo
Nel suo viaggio,
E che ti spogliasti
Dei vestiti
Davanti alla fredda sorella
Nell'Ade,
Nel Tuo Nome di Ishtàr.
Tu Sovrana Assoluta
Dell'Oltretomba
Nella sua oscenità,
Così che fosse rapito
Il tuo volto lunare
Nel nome di Proserpina
- E fu compiuto per amore. -
Tu che vegli sulla Vita,
E custodisci gli arcani
Della Morte,
Tu face imperitura
Di ogni esistenza,
Nutrice del Cosmo,
Fa' che non mi manchi mai
La tua guida
E il tuo conforto.
Che nasci dalla profondità
Delle spume marine,
Tu che fosti
Rivelata al mondo
Nel sortire
Dallo scudo
Della vita.
Oscura immaginifica,
Sovrana dell'estasi,
E Maestra del piacere,
Tu che Notturna vegli
Su sogni inquieti,
E riposi placida
Sopra le dolci guerre
Degli amanti.
Venerata Regina
Della Suprema Conoscenza,
Che nei più oscuri abissi
Lasci cadere la Tua luce,
Così che nulla è privo di Te,
Lasciando dischiusi
I portali che velano
I Tuoi misteri.
Tu che fosti
Vera fiaccola di Orpheo
Nel suo viaggio,
E che ti spogliasti
Dei vestiti
Davanti alla fredda sorella
Nell'Ade,
Nel Tuo Nome di Ishtàr.
Tu Sovrana Assoluta
Dell'Oltretomba
Nella sua oscenità,
Così che fosse rapito
Il tuo volto lunare
Nel nome di Proserpina
- E fu compiuto per amore. -
Tu che vegli sulla Vita,
E custodisci gli arcani
Della Morte,
Tu face imperitura
Di ogni esistenza,
Nutrice del Cosmo,
Fa' che non mi manchi mai
La tua guida
E il tuo conforto.
Il soffio dell'anima
Quando senti
Come lontano
Un canto di cicale,
E' il soffio dell'anima,
Che gioisce del mondo.
Quando senti
Scrosciare sulle rocce
L'acqua di un fiume,
E' il respiro dell'anima,
Che fluisce leggero.
Quando vedi
Montagne di rubini
E vero lapislazzuli,
E' la brezza dell'anima,
Che sale sui bagliori.
Quando vedi
Un raggio di sole
Filtrare nel buio,
E' l'anima che inspira
Un gioiello incantevole.
Quando il profumo
D'un fiore delicato
T'accarezza le nari,
E' il soffio della vita
Che viene a cercarti.
Quando giunge l'aroma
D'un caffé appena fatto
Per te che l'attendi,
E' un vento d'affetto,
Che cerca proprio te.
Quando passi le dita
Su un velluto delicato,
Ed è morbido al contatto,
E' come aria leggera,
Che muovi con la mano.
Quando cogli piano
Una lettera che hai atteso,
E la sfiori lentamente,
E' un soffio d'amore
Che muove verso te.
Quando assaggi
Una torta gustosa,
Ricca di marzapane,
E' un sospiro nell'anima,
Che ti dà sollievo,
Quando assaggi
Il sapore della vita
In piccoli momenti,
E' il soffio dell'anima
Che ti porta conforto.
- CODA -
Ed è in quei pochi piccoli momenti,
Che hai una sensazione di dolcezza,
Così se sai che ben presto si spezza,
Non te ne importa e ami quel che senti,
Perché come dolcissima carezza,
Che scende tra i migliori sentimenti,
Farà prendere nuova limpidezza,
A quel destino che muovono i venti.
Perché il maggior coraggio è nel sorriso,
E nella gioia nonostante tutto,
Così quant'è a venir non ti sia inviso,
Ma Schiller sia il tuo punto d'appoggio,
Che della Nona dà l'ultimo frutto,
E di serenità fa' sempre sfoggio!
Come lontano
Un canto di cicale,
E' il soffio dell'anima,
Che gioisce del mondo.
Quando senti
Scrosciare sulle rocce
L'acqua di un fiume,
E' il respiro dell'anima,
Che fluisce leggero.
Quando vedi
Montagne di rubini
E vero lapislazzuli,
E' la brezza dell'anima,
Che sale sui bagliori.
Quando vedi
Un raggio di sole
Filtrare nel buio,
E' l'anima che inspira
Un gioiello incantevole.
Quando il profumo
D'un fiore delicato
T'accarezza le nari,
E' il soffio della vita
Che viene a cercarti.
Quando giunge l'aroma
D'un caffé appena fatto
Per te che l'attendi,
E' un vento d'affetto,
Che cerca proprio te.
Quando passi le dita
Su un velluto delicato,
Ed è morbido al contatto,
E' come aria leggera,
Che muovi con la mano.
Quando cogli piano
Una lettera che hai atteso,
E la sfiori lentamente,
E' un soffio d'amore
Che muove verso te.
Quando assaggi
Una torta gustosa,
Ricca di marzapane,
E' un sospiro nell'anima,
Che ti dà sollievo,
Quando assaggi
Il sapore della vita
In piccoli momenti,
E' il soffio dell'anima
Che ti porta conforto.
- CODA -
Ed è in quei pochi piccoli momenti,
Che hai una sensazione di dolcezza,
Così se sai che ben presto si spezza,
Non te ne importa e ami quel che senti,
Perché come dolcissima carezza,
Che scende tra i migliori sentimenti,
Farà prendere nuova limpidezza,
A quel destino che muovono i venti.
Perché il maggior coraggio è nel sorriso,
E nella gioia nonostante tutto,
Così quant'è a venir non ti sia inviso,
Ma Schiller sia il tuo punto d'appoggio,
Che della Nona dà l'ultimo frutto,
E di serenità fa' sempre sfoggio!
sabato 23 febbraio 2008
Antartide
Ripongo sul comodino il libro
Di Cornelio Agrippa,
E mi trasporto al computer perché
Non so bene cosa fare, ora,
Di me stesso.
Cerco immagini di posti lontani,
Perché so che ovunque io sia,
Non vorrei essere lì,
E trovo una gigantografia
Dell'Antartico.
Ed è lì che lascio
Galleggiare la mia anima,
Finché non arrivi
A quell'immensa distesa
Di ghiacci,
Dove finalmente solo,
Lontano dal traffico
E dall'aritmica danza
Delle macchine,
Potrò serenamente contemplare.
E sono le montagne lontane,
E le file di pinguini senza sosta,
Che sembrano felici
Nei loro abiti eleganti,
A restituirmi qualche sicurezza,
Che avevo perduto.
Si stagliano lontane
Montagne di freddo,
Inerpicatesi pericolosamente
Verso il Sole.
E poi è un sussulto,
Come di quando
Trema la terra,
A intimorirmi,
Ma non mi fa cadere
Quell'iceberg
Che si stacca;
Sopra di esso
Potrebbero ergersi
Città e villaggi e paesi.
E' una contemplazione vuota
Quella che ho
Davanti a me,
Pure è tanto piacevole,
Così com'è priva
Di ogni cosa,
Deserto bianco,
Quasi una tavolozza da riempire
Di idee, colori,
O attimi dimenticati.
E non è difficile
Immaginare
Dove non c'è niente,
Per pochi attimi risorgere
Continenti perduti,
Lande leggendarie,
Che pur fossero finzione,
Oh! Quanto hanno influenzato
La storia dell'uomo,
Atlantide e Lemuria.
E mi ricordo
Di uomini così lontani
Da me
E dalla mia realtà,
Ruggero Bacone
O Tommaso Moro,
O il Campanella,
Che vollero forgiare
La realtà
Sulla misura d'un sogno.
E davanti a me
Tornano per un attimo
A sollevarsi
Antiche costruzioni,
Dedali intricati
Di città murate
Intrise di fiumi
Come cerchi perfetti,
E non sono anomale
Quelle piramidi ben strutturate.
E uomini e donne
Volano nel cielo,
Con ali artificiali
- Ispireranno la storia
di Icaro in fuga,
Che volle competere
Con il temibile astro diurno. -
E ovunque palazzi
Svettano bianchi
E decorati d'oro.
Che ne è dei tuoi simulacri,
Atlantide?
Cosa dei tuoi mercati
Gremiti del popolo
Delle tue città,
E dei tuoi effluvi
Ed aromi?
Qui non ti trovo,
Tra questi ghiacci perenni.
Ma forse è questo
Il traguardo
Della storia umana.
Forgiare un mito,
E tornando ad esso,
Costruirlo nel vero,
Ed oggi gli uomini,
L'uno all'altro mai stati
Così vicini,
Tornano a solcare i cieli.
Ma allora
Perché un'epoca di pace
E di prosperità
Tarda ad arrivare?
Tornino anche
Gli uomini tutti
A stringere un unico cerchio,
E sia questo il segno
Del tuo ultimo ritorno,
Atlantide.
E presto,
Mentre si dissolve
Questo mio sogno
Tra lande desolate,
Io tornerò
Ad abbracciare un mio libro,
Per dimenticare
Che non so poi bene
Che fare
Di me stesso.
Di Cornelio Agrippa,
E mi trasporto al computer perché
Non so bene cosa fare, ora,
Di me stesso.
Cerco immagini di posti lontani,
Perché so che ovunque io sia,
Non vorrei essere lì,
E trovo una gigantografia
Dell'Antartico.
Ed è lì che lascio
Galleggiare la mia anima,
Finché non arrivi
A quell'immensa distesa
Di ghiacci,
Dove finalmente solo,
Lontano dal traffico
E dall'aritmica danza
Delle macchine,
Potrò serenamente contemplare.
E sono le montagne lontane,
E le file di pinguini senza sosta,
Che sembrano felici
Nei loro abiti eleganti,
A restituirmi qualche sicurezza,
Che avevo perduto.
Si stagliano lontane
Montagne di freddo,
Inerpicatesi pericolosamente
Verso il Sole.
E poi è un sussulto,
Come di quando
Trema la terra,
A intimorirmi,
Ma non mi fa cadere
Quell'iceberg
Che si stacca;
Sopra di esso
Potrebbero ergersi
Città e villaggi e paesi.
E' una contemplazione vuota
Quella che ho
Davanti a me,
Pure è tanto piacevole,
Così com'è priva
Di ogni cosa,
Deserto bianco,
Quasi una tavolozza da riempire
Di idee, colori,
O attimi dimenticati.
E non è difficile
Immaginare
Dove non c'è niente,
Per pochi attimi risorgere
Continenti perduti,
Lande leggendarie,
Che pur fossero finzione,
Oh! Quanto hanno influenzato
La storia dell'uomo,
Atlantide e Lemuria.
E mi ricordo
Di uomini così lontani
Da me
E dalla mia realtà,
Ruggero Bacone
O Tommaso Moro,
O il Campanella,
Che vollero forgiare
La realtà
Sulla misura d'un sogno.
E davanti a me
Tornano per un attimo
A sollevarsi
Antiche costruzioni,
Dedali intricati
Di città murate
Intrise di fiumi
Come cerchi perfetti,
E non sono anomale
Quelle piramidi ben strutturate.
E uomini e donne
Volano nel cielo,
Con ali artificiali
- Ispireranno la storia
di Icaro in fuga,
Che volle competere
Con il temibile astro diurno. -
E ovunque palazzi
Svettano bianchi
E decorati d'oro.
Che ne è dei tuoi simulacri,
Atlantide?
Cosa dei tuoi mercati
Gremiti del popolo
Delle tue città,
E dei tuoi effluvi
Ed aromi?
Qui non ti trovo,
Tra questi ghiacci perenni.
Ma forse è questo
Il traguardo
Della storia umana.
Forgiare un mito,
E tornando ad esso,
Costruirlo nel vero,
Ed oggi gli uomini,
L'uno all'altro mai stati
Così vicini,
Tornano a solcare i cieli.
Ma allora
Perché un'epoca di pace
E di prosperità
Tarda ad arrivare?
Tornino anche
Gli uomini tutti
A stringere un unico cerchio,
E sia questo il segno
Del tuo ultimo ritorno,
Atlantide.
E presto,
Mentre si dissolve
Questo mio sogno
Tra lande desolate,
Io tornerò
Ad abbracciare un mio libro,
Per dimenticare
Che non so poi bene
Che fare
Di me stesso.
Liberamente
Spersi come nel soffio dell'anima,
Un fuoco di languore che non si estingue,
E dalla roccaforte diroccata
Si sprigionano le ultime tracce del tempo.
Non si nota come un bagliore
Che si dipana all'orizzonte ricordando un'aurora
Sorta precedentemente sopra antiche età.
E l'attimo che suona un peana di momenti,
S'intreccia nel vorticare delle nuvole,
Che sembrano quasi in attesa di piangere.
Come antiche monete dissepolte da anfratti
Chiusi sopra di esse dal muoversi delle città,
Mi pare che questa attesa di qualcosa che giunga
Si scuota tintinnando, e non arriva mai.
Ma il fremito che contraddistingue l'atmosfera
Che radiosa porta dall'uno all'altro i suoi viaggi
Non nasconde nulla che da esso sia velato,
E un unico raggio di sole sembra dirigersi
Dall'orizzonte fino al centro dell'essere,
Mentre un trillo lontano sembra presagire
Quello che si vedrà dall'ombra della notte.
Un fuoco di languore che non si estingue,
E dalla roccaforte diroccata
Si sprigionano le ultime tracce del tempo.
Non si nota come un bagliore
Che si dipana all'orizzonte ricordando un'aurora
Sorta precedentemente sopra antiche età.
E l'attimo che suona un peana di momenti,
S'intreccia nel vorticare delle nuvole,
Che sembrano quasi in attesa di piangere.
Come antiche monete dissepolte da anfratti
Chiusi sopra di esse dal muoversi delle città,
Mi pare che questa attesa di qualcosa che giunga
Si scuota tintinnando, e non arriva mai.
Ma il fremito che contraddistingue l'atmosfera
Che radiosa porta dall'uno all'altro i suoi viaggi
Non nasconde nulla che da esso sia velato,
E un unico raggio di sole sembra dirigersi
Dall'orizzonte fino al centro dell'essere,
Mentre un trillo lontano sembra presagire
Quello che si vedrà dall'ombra della notte.
Una foglia
Cade la foglia secca,
Ondulando delicatamente
Sul soffice velluto dell'aria,
E rimani un attimo a osservare
Quel nastro sottile di vuoto
Che lascia al suo passaggio.
E le articolate simmetrie
Delle sue venature,
Rimangono stabili
Nel freddo d'inverno,
Mentre il vento la scuote,
Ma non riesce ad alzarla.
Così sfrigola tra le tue dita
Quel sottile foglio
Dal disegno preciso,
Scritto dal destino,
Era il suo fato
Di spuntare e cadere.
Decidi di intascare
Quel ricordo d'un giorno,
Di non lasciarlo a terra,
In balìa delle intemperie,
Come carta disegnata
Dagli spilli dell'anima.
Ondulando delicatamente
Sul soffice velluto dell'aria,
E rimani un attimo a osservare
Quel nastro sottile di vuoto
Che lascia al suo passaggio.
E le articolate simmetrie
Delle sue venature,
Rimangono stabili
Nel freddo d'inverno,
Mentre il vento la scuote,
Ma non riesce ad alzarla.
Così sfrigola tra le tue dita
Quel sottile foglio
Dal disegno preciso,
Scritto dal destino,
Era il suo fato
Di spuntare e cadere.
Decidi di intascare
Quel ricordo d'un giorno,
Di non lasciarlo a terra,
In balìa delle intemperie,
Come carta disegnata
Dagli spilli dell'anima.
mercoledì 13 febbraio 2008
sabato 9 febbraio 2008
Senza titolo
Del titolo,
In fin dei conti,
Si può anche fare a meno,
Del resto,
Togliendolo,
Si può anche evitare
Quanto avrebbe definito.
Così,
Rimane sul foglio
Una poesia,
Che non esiste.
In fin dei conti,
Si può anche fare a meno,
Del resto,
Togliendolo,
Si può anche evitare
Quanto avrebbe definito.
Così,
Rimane sul foglio
Una poesia,
Che non esiste.
Alla Luna
Guardo la Luna uscendo sul balcone,
Ed un languore sento nel mio petto,
Non so quale che sia quel triste effetto,
Che doni a chi ti presta l'attenzione,
O Tu che tessi un'argentea visione,
Come un bagliore ch'è d'arcano effetto,
Ed ogni cosa copre del suo assetto,
Lasciando vacillare ogni intenzione.
O astro che conosci ogni segreto
Della storia del nostro triste mondo,
Di come abbia un sapor d'aceto,
Rivesti il cielo d'un manto di pace,
Dall'alto all'abisso più profondo,
Quando, tacita, ogni cosa giace.
Ed un languore sento nel mio petto,
Non so quale che sia quel triste effetto,
Che doni a chi ti presta l'attenzione,
O Tu che tessi un'argentea visione,
Come un bagliore ch'è d'arcano effetto,
Ed ogni cosa copre del suo assetto,
Lasciando vacillare ogni intenzione.
O astro che conosci ogni segreto
Della storia del nostro triste mondo,
Di come abbia un sapor d'aceto,
Rivesti il cielo d'un manto di pace,
Dall'alto all'abisso più profondo,
Quando, tacita, ogni cosa giace.
Tre le Ondine
I.
Nella notte, tra l'infinite stelle,
Argentea si staglia la luna piena,
Circondata da 'sì tante faville,
Con la sua luce il mare rasserena,
E l'aria porta piano il suo messaggio
Alle rigonfie vele della nave,
Che da lontano ancor prosegue il viaggio,
Per giungere a mèta assai soave;
La chiglia e lo scafo son d'argento,
Gli alberi di platino brillante,
Son d'oro le vele piene di vento,
Da poppa a prua è tutto scintillante,
E il Principe immerso tra i bagliori,
Lievemente la cetra accarezzando,
Rilascia, tra melodici fulgori,
Parole che al Tempo fan comando:
- Portami in fretta alla promessa sposa,
Al forte ed imprendibile castello,
Allo stemma del Corvo e della Rosa,
Alle mie roccaforti di corallo.
Presto la voglio far la mia regina,
Vestirla con la seta e coi tessuti
D'ogni regione lontana e vicina,
Come mai nessun'altra ha prima avuti.
Governeremo con grande saggezza,
La Pace fiorirà nel nostro Regno,
Pel popolo saremo una carezza,
E nella storia lasceremo il segno. -
Così cantava bramando un futuro
Di Somma Luce, tutt'altro che oscuro.
II.
Ma il canto fu interrotto dai rumori
D'aspre acque levantisi scroscianti,
Dalle cui increspature usciron fuori
La Regina dell'Ondine ed i suoi fanti,
I Tritoni dal muscoloso torso.
La Sovrana a cavallo d'uno squalo,
Di quella nave fermò presto il corso,
Al Principe mostrando volto malo.
Egli tremando fe' cader la cetra,
E rimase tacito ed immobile,
Come quei ch'al timor presto s'impetra:
Così si spezzò il suo canto nobile.
Saliva la Regina sulla nave,
Il verde volto assai duro e rigido.
Negli occhi aveva un'espressione grave,
Il suo contegno era duro e frigido:
- Così dimenticasti la promessa,
Che mi facesti un giorno nel mattino,
L'esitazione non è ormai più ammessa,
Il tempo si fa sempre più vicino,
Udii che vuoi tornare alla tua sposa,
A quanto ti ricordi del passato,
Allo stemma del Corvo e della Rosa,
Il Simbolo di quanti t'hanno amato.
Ma di renderti un grande marinaio
Ricorderai che un giorno mi chiedesti,
Adesso non dovrai levare guaio,
Quanto hai voluto in tua vita avesti. -
Così parlò la Regina dell'onde,
Che spesso sotto i flutti si nasconde.
III.
Il Principe non riusciva a parlare,
Il fiato non gli entrava nei polmoni,
A lungo fu costretto a boccheggiare,
Guardava la Regina ed i Tritoni:
- Mi ricordo quel giorno e quel mattino,
In cui raggiunsi le coste fluenti,
Mi feci ad esse sempre più vicino,
E pronunziai le parole eloquenti,
Ma non dimenticar, prego, il mio regno,
Pel quale accumulai la conoscenza,
Sarà d'ogni gioia il popolo pregno,
Grazie a come fruirò della mia scienza. -
Ma la Regina non si fe' commossa,
Dalle parole dette con ardore,
Non fece alcun cenno, od altra mossa,
A dimostrar che forse aveva un cuore:
- A me che importa della tua corona,
Della tua scienza, o delle tue intraprese?
Altro Regno gestisco in altra zona,
Non ti varrà tal detto a far pavese,
Altre cose del mio venir son chiave,
Altri motivi hanno le mie voglie,
Ed il vento che spinge la tua nave,
Sarà più utile a spostar le foglie;
Non ci sarà più alcuna dilazione,
Ed il tempo ch'avesti è ormai scaduto.
Finisce la tua peregrinazione,
Restituendo quanto hai ricevuto. -
Brilla ancora la luce della luna,
Ma di stelle non n'è rimasta alcuna.
IV.
La Principessa è da tempo invecchiata,
Eppure ogni dì raggiunge la sponda,
Chiedendosi perché non sia arrivata
La nave che viaggiò di onda in onda.
E' devastato da tempo il castello,
Perchè fu preda di orde nemiche,
Non è rimasto più nessun corallo,
Tra i dirupi, i fossati, e le biche;
Il popolo ormai privo di sostegno,
Tra le rovine si muove furtivo,
E non ricorda più cosa sia il Regno,
Nessuno se domani sarà vivo
Può dire, e raccoglie le radici
E le erbe, per fare un magro pane.
Non ci sono più amori né amici,
Solo paura è quello che rimane.
Ma un uomo dai capelli lunghi e verdi,
Un Prince dallo sguardo fermo e acuto,
Sebbene nel prepararsi si attardi,
Del padre ogni scienza ha ricevuto;
E' il figlio dell'inquieto marinaio
E della Gran Regina delle Ondine,
Lui porta sempre un religioso saio,
Ed una spada d'acciaio assai fine.
Presto la sua eredità di comando
Verrà al paterno regno a reclamare,
Allor sapientemente governando,
Saprà unir le terre, ed ogni mare.
La Terra intera sarà la sua sposa,
Ché Egli sarà il Corvo, e Lei la Rosa.
Nella notte, tra l'infinite stelle,
Argentea si staglia la luna piena,
Circondata da 'sì tante faville,
Con la sua luce il mare rasserena,
E l'aria porta piano il suo messaggio
Alle rigonfie vele della nave,
Che da lontano ancor prosegue il viaggio,
Per giungere a mèta assai soave;
La chiglia e lo scafo son d'argento,
Gli alberi di platino brillante,
Son d'oro le vele piene di vento,
Da poppa a prua è tutto scintillante,
E il Principe immerso tra i bagliori,
Lievemente la cetra accarezzando,
Rilascia, tra melodici fulgori,
Parole che al Tempo fan comando:
- Portami in fretta alla promessa sposa,
Al forte ed imprendibile castello,
Allo stemma del Corvo e della Rosa,
Alle mie roccaforti di corallo.
Presto la voglio far la mia regina,
Vestirla con la seta e coi tessuti
D'ogni regione lontana e vicina,
Come mai nessun'altra ha prima avuti.
Governeremo con grande saggezza,
La Pace fiorirà nel nostro Regno,
Pel popolo saremo una carezza,
E nella storia lasceremo il segno. -
Così cantava bramando un futuro
Di Somma Luce, tutt'altro che oscuro.
II.
Ma il canto fu interrotto dai rumori
D'aspre acque levantisi scroscianti,
Dalle cui increspature usciron fuori
La Regina dell'Ondine ed i suoi fanti,
I Tritoni dal muscoloso torso.
La Sovrana a cavallo d'uno squalo,
Di quella nave fermò presto il corso,
Al Principe mostrando volto malo.
Egli tremando fe' cader la cetra,
E rimase tacito ed immobile,
Come quei ch'al timor presto s'impetra:
Così si spezzò il suo canto nobile.
Saliva la Regina sulla nave,
Il verde volto assai duro e rigido.
Negli occhi aveva un'espressione grave,
Il suo contegno era duro e frigido:
- Così dimenticasti la promessa,
Che mi facesti un giorno nel mattino,
L'esitazione non è ormai più ammessa,
Il tempo si fa sempre più vicino,
Udii che vuoi tornare alla tua sposa,
A quanto ti ricordi del passato,
Allo stemma del Corvo e della Rosa,
Il Simbolo di quanti t'hanno amato.
Ma di renderti un grande marinaio
Ricorderai che un giorno mi chiedesti,
Adesso non dovrai levare guaio,
Quanto hai voluto in tua vita avesti. -
Così parlò la Regina dell'onde,
Che spesso sotto i flutti si nasconde.
III.
Il Principe non riusciva a parlare,
Il fiato non gli entrava nei polmoni,
A lungo fu costretto a boccheggiare,
Guardava la Regina ed i Tritoni:
- Mi ricordo quel giorno e quel mattino,
In cui raggiunsi le coste fluenti,
Mi feci ad esse sempre più vicino,
E pronunziai le parole eloquenti,
Ma non dimenticar, prego, il mio regno,
Pel quale accumulai la conoscenza,
Sarà d'ogni gioia il popolo pregno,
Grazie a come fruirò della mia scienza. -
Ma la Regina non si fe' commossa,
Dalle parole dette con ardore,
Non fece alcun cenno, od altra mossa,
A dimostrar che forse aveva un cuore:
- A me che importa della tua corona,
Della tua scienza, o delle tue intraprese?
Altro Regno gestisco in altra zona,
Non ti varrà tal detto a far pavese,
Altre cose del mio venir son chiave,
Altri motivi hanno le mie voglie,
Ed il vento che spinge la tua nave,
Sarà più utile a spostar le foglie;
Non ci sarà più alcuna dilazione,
Ed il tempo ch'avesti è ormai scaduto.
Finisce la tua peregrinazione,
Restituendo quanto hai ricevuto. -
Brilla ancora la luce della luna,
Ma di stelle non n'è rimasta alcuna.
IV.
La Principessa è da tempo invecchiata,
Eppure ogni dì raggiunge la sponda,
Chiedendosi perché non sia arrivata
La nave che viaggiò di onda in onda.
E' devastato da tempo il castello,
Perchè fu preda di orde nemiche,
Non è rimasto più nessun corallo,
Tra i dirupi, i fossati, e le biche;
Il popolo ormai privo di sostegno,
Tra le rovine si muove furtivo,
E non ricorda più cosa sia il Regno,
Nessuno se domani sarà vivo
Può dire, e raccoglie le radici
E le erbe, per fare un magro pane.
Non ci sono più amori né amici,
Solo paura è quello che rimane.
Ma un uomo dai capelli lunghi e verdi,
Un Prince dallo sguardo fermo e acuto,
Sebbene nel prepararsi si attardi,
Del padre ogni scienza ha ricevuto;
E' il figlio dell'inquieto marinaio
E della Gran Regina delle Ondine,
Lui porta sempre un religioso saio,
Ed una spada d'acciaio assai fine.
Presto la sua eredità di comando
Verrà al paterno regno a reclamare,
Allor sapientemente governando,
Saprà unir le terre, ed ogni mare.
La Terra intera sarà la sua sposa,
Ché Egli sarà il Corvo, e Lei la Rosa.
Micromondo
Pure in parte mi pare,
Che in questo immondo mondo,
Piangente pianeta nel profondo
Dell'immenso mare universo,
Accadano più accadimenti
Che nell'altre galoppanti galassie,
Sembrino a venire in avvenire.
Che in questo immondo mondo,
Piangente pianeta nel profondo
Dell'immenso mare universo,
Accadano più accadimenti
Che nell'altre galoppanti galassie,
Sembrino a venire in avvenire.
Mutazioni
Quante cose avrei voluto essere,
E non sono,
Solo il pensarci è triste,
Eppure buono.
Il musicista che incanta
La platea,
O il sacerdote ispirato
Dalla Dèa,
Essere l'aquila che vola
Nel cielo,
Essere il pesce, il mandorlo,
O il melo,
Essere il fiume che nel suo letto
Scorre,
Essere l'atleta che con gli altri
Corre,
Il pittore che nel tempo lascia
Il segno,
O l'intellettuale che si reca
Ad un convegno,
Esser l'Uno-Tutto,
Tutto in Uno,
E così poter vivere
Nell'aspetto d'Ognuno,
Essere l'orso che mastica
Un biscotto,
Oppure il sarto che cuce
Un cappotto,
Essere il pesce che nell'acqua
Boccheggia,
Oppure il principe
Nella sua reggia,
Essere povero presso
Il focolare,
Essere triste ma
Saper amare,
Essere una goccia
Nell'oceano,
Ma anche tutte l'acque,
Che mareano,
Esser l'Uno-Tutto,
Tutto-in-Uno,
Essendo Ogni Cosa,
Non essere alcuno.
E non sono,
Solo il pensarci è triste,
Eppure buono.
Il musicista che incanta
La platea,
O il sacerdote ispirato
Dalla Dèa,
Essere l'aquila che vola
Nel cielo,
Essere il pesce, il mandorlo,
O il melo,
Essere il fiume che nel suo letto
Scorre,
Essere l'atleta che con gli altri
Corre,
Il pittore che nel tempo lascia
Il segno,
O l'intellettuale che si reca
Ad un convegno,
Esser l'Uno-Tutto,
Tutto in Uno,
E così poter vivere
Nell'aspetto d'Ognuno,
Essere l'orso che mastica
Un biscotto,
Oppure il sarto che cuce
Un cappotto,
Essere il pesce che nell'acqua
Boccheggia,
Oppure il principe
Nella sua reggia,
Essere povero presso
Il focolare,
Essere triste ma
Saper amare,
Essere una goccia
Nell'oceano,
Ma anche tutte l'acque,
Che mareano,
Esser l'Uno-Tutto,
Tutto-in-Uno,
Essendo Ogni Cosa,
Non essere alcuno.
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