lunedì 10 dicembre 2007

Rapsodia mistica

Si spengono le stelle come candele nella notte,
E delle cose che raccolsi nella mia giovinezza
Non scopro più la funzione,
Mentre antiche voragini s'aprono
Nel tessuto del cielo,
Io ripenso al ponte passato anni or sono,
E che ora è crollato nelle acque dei fiumi del tempo.

Entro nel bagno pubblico per avere un minimo di intimità,
20 centesimi mi costa in lavoro esteriore
Per espletare un importante lavoro interiore, solo tra la folla,
Chiuso al sicuro avvolgo il laccio emostatico,
E mi lascio andare a un'endovena di afflizione pura,
Perché trovo meglio accettare le cose così come sono,
Che affidarsi agli psicofarmaci che creano scariche
E tuoni di pura gioia ed inconsapevolezza, ma al di sotto
Il nero fiume del dolore continua a scorrere invariato,
E lo senti.
Nello specchio si riflettono le mie lacrime e il loro scorrere
- Piangere, piangere, questi piccoli laghi, gli occhi,
Dai quali effluiscono effimeri torrenti di dolore! -
Così mi accorgo che da sempre vivo in un mondo irreale,
Perché in quello vero non ci fu mai spazio per me,
E più volte provai la sua feroce forza contro;
Ma avrei voluto regalare al mondo musiche piene di felicità e amore,
Mentre mi scopro a scrivere versi carichi di disperazione.


Esco, raggiungo la panchina sotto il mio albero d'elezione,
Raccolgo dalla mia frusta valigetta il diario che ho portato con me,
Lo sfoglio, attimi volatilizzati in pagine scritte, poesie non pubblicate,
Ed altre cose che sento intime mie, anch'esse che non sono più,
Così mi accorgo che il passato è immaginazione con conseguenze,
E il futuro immaginazione con precedenze, e mi sento schiacciato
Da questa forza forte d'ogni forza nell'inindividuabile presente,
E da tutte le cose che mi circondano, oggettipianteanimaliersonepianetistelle
Galassie,
Vincolati l'uno all'altro dall'imperscrutabile attrazione gravitazionale,
- Manifestazione di quella Potenza che lega insieme tutte le cose -
E sento l'influenza dei pianeti e della loro potenza e del loro insondabile mistero,
Schiacciarmi come polvere che salta via dagli ingranaggi del cosmo,
Ed argino la sofferenza lasciando tornare la distrazione del monologo interiore:


{ Ricordo se non sbaglio era nel Simposio mi pare che Platone trattava dell'Amore che partiva
[ E' bella questa piazza dove il monumento al Traforo del Frejus ( Certo che quel signore che ho incontrato l'altro giorno, gli sarebbe bastato poco per mostrare un po' più di educazione ) che si staglia a guardare dall'alto gli alberi, le fontane e la gente ] da un criterio fisico per arrivare poi gradualmente a toccare questioni più astratte ed elevate }


Ed invocando i miei Angeli di Desolazione mi alzo e sento dolore alle ginocchia,
Mi muovo tra la gente come un forestiero in una terra sperduta,
Risalgo la solita via, i soliti negozi, le solite insegne,
Accorgendomi che ogni volta come la prima volta amo quei colori e quelle luci,
Che non mi stancano mai e mi danno un tepore ed un sollievo nuovi,
Mi fermo alle bancarelle dei libri e consulto senza fretta il retro di copertina,
Attratto da un'edizione rilegata della Bhagavat-Gita acquisto però una copia dello Zanoni,
Ma non dimentico di inviare una breve orazione a Vishnu Signore di tutte le cose,
E provo gioia pensando a quante cose belle dà il lavoro del mondo,
Immagino le mani sconosciute che senza sosta costruirono palazzi e vestiti,
Che si riversano verso ogni centro economico dell'Universo,
E intanto passo dopo passo il mio corpo va avanti senza che io me ne accorga,
Riversandosi su di me altre luci, altri colori, altre vetrine,
E per le lacrime di gioia non ho pudore, quelle le posso versare anche in pubblico,
Liberamente, e piango e rido senza controllo sotto sguardi costernati,
Ma non c'è più costernazione quando, come un'onda dirompente,
La gioia e l'amore infrangono le dighe dell'autocontrollo e si precipitano
A riversarsi nel concavo lago dell'anima.


Raggiungo la piazza e vorrei ballare ai ritmi dei Jazz che non ho ascoltato,
Mentre in me sempre più si risveglia la mia anima di sedicenne che ricalcava
Le gesta dei poeti beatnik e " anarchico, individualista, Dio " era il mio credo,
Così come fu siglato da Kerouac in una memorabile intervista.
Raggiungo il centro della piazza proprio davanti al memorabile Castello,
Che ospitò eventi così diversi da quelli di una gioventù americana vagabonda,
Sentendo un'irresistibile spinta a roteare senza sosta come un derviscio fino all'estasi,
Per respingere da me il peso gravitazionalefataleastrologico che mi schiacciava,
Le preocccupazioni del futuro, le incertezze sul passato, nessun presente,
Se non l'assoluta percezione della presenza divina e del suo amore,
Unica vera gioia stabileimmutabileeternarealtàaldifuorideldivenire,
Libertà assoluta nel mondo condizionato, unica che riesca realmente ad amare,
Perché percepibile come piena e immutabile nel suo splendore di Purissima Luce,
Ma la sua essenza non è che quella di una corda alla quale si aggrappa il naufrago,
Sapendo che salendola troverà ogni salvezza ed ogni gioia.
Così mi accorgo che piango di dolore e di felicità nell'alternanza di sentimenti,
Tutti privi di essenza perchè l'unico conforto è in Te.
E roteando, roteando cado tracciando il Cerchio Magico che a Te mi unisce
In un'unione indissolubile, e poco m'importa che alcuni si sian fermati
Credendomi un saltimbanco, un folle, un'incapace,
Perché so che da sempre udii il Tuo richiamo, praticando la Via del Biasimo,
Come fosse un richiamo genetico proveniente dall'Altrove, un'irresistibile irruenza,
A spezzare ogni costrizione pur di ritrovarti nel prossimo, nell'albero, nella formica,
Sapendo che il Tuo è il farmaco che lenisce ogni male, che purifica ogni sofferenza,
Che dissolve ogni impurità, e guarisce ogni malattia,
E se l'uomo soffre o teme è solo perché si allontana dalla Tua guarigione,
O Spirito Divino.
Perchè saldissima è l'armatura di chi si affida alla Città Celeste.

E' giunto il momento di un breve riposo,
Sento già quanto è intricato il prossimo nodo che dovrò sciogliere,
Mentre si approfondisce la conoscenza di me stesso ( o è solo autoillusione? )
Perché dovrò scegliere una volta per tutte
Tra libertà e liberazione.
Ma non ho fretta, possa io metterci anche molti anni,
Intando attendo pazientemente il fischio del caffé, che non prova indecisioni
Nel suo rapido cuocere.


CODA

E fu così che ascoltai il poeta visionario,
Perseguendo senza sosta sulla strada dell'eccesso,
Il mio percorso personale e solitario comportò grave sofferenza,
Perché è una strada dissestata, e irta di scogli appuntiti,
Che non consiglio a nessuno, meglio arrivare colla pazienza del pellegrino,
Ma raggiunsi il palazzo della saggezza, e mi stupii di quanto fosse bello,
Imperscrutabile nella sua magnificenza, signoreggiante sull'universo,
Così ricco di stanze da non poterlo mai vedere tutto in una sola incarnazione
( E capii che l'incomprensibilità deriva dal fatto che se difficile è giungervi,
Forse impossibile è dire: - Ecco, io l'ho visitato tutto, ebbi molte guide,
E grazie al loro ausilio potei conoscere ed uscire da quel labirinto. )
Non fui avvertito che ad attendermi alla finestra
Avrei incontrato la sogghignante e digrignante vecchia il cui nome è Follia;
Ma era la Follia della Conoscenza.

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